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TEATRO PER RAGAZZI E LO SVILUPPO ARMONICO DEL SE’

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Per fare Teatro ci vuole un cuore, un corpo, un pensiero concentrato e lucido, braccia, gambe, una voce… proprio gli stessi elementi che compongono l’Uomo.

Questo è il motivo per cui il teatro è una disciplina che non dovrebbe mai mancare nella formazione psicologica e culturale di un giovane.

Un percorso che forgia l’individuo 

Il Teatro declinato per i più giovani è soprattutto un percorso formativo nel quale è possibile seguire il ragazzo passo dopo passo nel momento più intenso della sua crescita umana: non si deve avere la pretesa di creare ‘attori’ ma piantare semi per far germogliare l’individuo. Molte volte abbiamo assistito alla ‘miracolosa’ fioritura di un ragazzo giudicato difficile, alcune volte solo timido o… balbuziente. Questi ‘miracoli’ sono avvenuti perché il teatro è un microcosmo concentrato dove si mette in scena la commedia umana.

Un passo nell’altrove

Il palcoscenico quindi, è il “luogo” dove ci si può liberare dell’immagine che ci hanno costruito addosso per essere qualcun’ altro. Questo liberarsi, distaccarsi dalle proprie passioni per vivere quelle del personaggio ci fa scoprire diversi, ci fa utilizzare risorse che non avremmo mai immaginato di possedere, rivela l’infinità potenzialità insita in ognuno di noi. Facendo teatro inoltre, si diventa generosi, si è spinti ad uscire dai limiti ristretti dell’io per mettersi in ascolto reale con l’altro inteso sia come pubblico che come compagno di scena.

La creatività

La creatività è la capacità di andare oltre il conosciuto e il consueto per  trovare nuovi modi di fare le cose rompendo schemi ripetitivi e comodi. I bambini nascono con una spinta naturale alla creatività e al gioco perché devono scoprire il mondo, hanno occhi nuovi per vedere le cose e dunque ‘crearle’…

Lo Sviluppo armonico dell’uomo prevede la conoscenza e l’integrazione dei tre livelli attraverso cui l’uomo fa esperienza di sé: Corpo, Emozioni e  Mente. Il Teatro, attuato con la consapevolezza di riscoprire i tre livelli grazie ai quali l’uomo sperimenta il mondo, ci dona nuovamente lo sguardo rapito e totalmente presente di un bambino.

Molti eminenti artisti e scienziati hanno affermato che le idee più creative sono venute loro quando la mente era rilassata. Le tecniche di rilassamento psicofisico, le visualizzazioni e i giochi di fiducia utilizzati nel Teatroconsapevole creano il terreno fertile affinché la creatività possa trovare espressione e fiorire apportando al ragazzo la benedizione di una maggiore consapevolezza di sé.

Tutto questo è crescita.

Il copione

Il Copione

“Ognuno di noi ha scritto la storia della propria vita.
Cominciamo a scriverla alla nascita. Quando abbiamo quattro anni, abbiamo deciso le parti essenziali della trama.
A sette anni abbiamo completato la storia in tutti i dettagli principali. Da allora sino all’età di dodici anni le abbiamo dato dei ritocchi e aggiunto qua e là qualche dettaglio. Nell’adolescenza poi abbiamo riveduto il copione, aggiornandolo con personaggi più aderenti alla vita reale.
Come tutte le storie, la storia della nostra vita ha un inizio, un punto di mezzo e una fine. Ha i suoi eroi, le sue eroine, i suoi cattivi, i suoi protagonisti e le sue comparse. Ha il suo tema principale e i suoi intrecci secondari. Può essere comica o tragica, mozzafiato o noiosa, fonte d’ispirazione o banale.
Ora che siamo adulti gli inizi della nostra storia sono al di fuori della portata della nostra memoria cosciente. Può darsi che tutt’oggi non siamo consapevoli d’averla scritta; e tuttavia in assenza di questa consapevolezza è probabile che vivremo questa storia quale la componemmo tanti anni fa. Questa storia è il nostro Copione”.

I. Stewart e V. Joines – “L’analisi transazionale – guida alla psicologia dei rapporti umani”.

“ I ruoli sono prigioni … le loro sbarre sono invisibili … ma più solide dell’acciaio..”

Tratto dal romanzo di Stefano d’Anna

“La scuola degli dei”

 

untitled“Ti ho dato retta … ho lasciato il lavoro, ho venduto la casa, cos’altro dovrei fare?” sbottai …

“ Lasciare il lavoro o cambiare paese, senza capire, non serve … né ti potrà rendere libero” replicò il Dreamer con burbera dolcezza.

“Per poter uscire dalla prigionia dei ruoli un uomo deve sentirsi deluso dalla sterile ripetitività degli eventi e delle circostanze della sua vita..”

“… identificato  con i ruoli hai dimenticato il Gioco. Un evento, una situazione, un incontro fanno scattare in te reazioni meccaniche, come la molla compressa di una trappola per  topi. Immagini mentali, pensieri, emozioni, sensazioni si uniformano a schemi meccanicamente prestabiliti, i muscoli del viso si contraggono per assumere certe espressioni, alle labbra affiorano quelle parole, e tu sei in ostaggio, fino a che nuove condizioni e nuovi incontri non ti catapultano in un’altra gabbia.”

Il Dreamer sottolineò come ogni ruolo, per fissarsi nella nostra vita, richiede l’apprendimento di un linguaggio specifico: gesti, comportamenti, attitudini e tutta una gamma d espressioni  facciali e verbali. Avere un ruolo presuppone l’accettazione di interi blocchi di idee, pacchetti completi di convinzioni attraverso cui pensare e sentire.

Mi disse che ogni uomo, per le necessità della sua esistenza ordinaria, apprende e gioca un numero limitato di ruoli, cinque o sei al massimo. Al modificarsi delle circostanze egli passa dall’uno all’altro come un automa, senza intenzionalità, condizionato dal cambiamento delle condizioni esterne.

“Libertà significa recitare intenzionalmente qualunque ruolo senza esserne imprigionato – enunciò- In un uomo ordinario questa capacità, già pressoché nulla, con l’età si riduce sempre più, fino a sparire. La conseguenza è che quando si presentano condizioni appena diverse da quelle solite, fuori da quei pochi ruoli che conosce, un uomo non sa più che maschera mettere”.

Realizzai che questa è la ragione per cui ci sentiamo continuamente fuori posto, a disagio, minacciati. Non sapendo quale maschera indossare, non avendola nel nostro repertorio, mostriamo i nostri limiti …  Allora ogni facoltà mentale: pensieri, emozioni ed azioni entrano tra loro in un rapporto spastico e diventiamo una marionetta biologica. Ci sentiamo nudi e proviamo una vergogna terribile. Vorremmo scappar via. Eppure sono questi i momenti in cui, attraverso un interstizio tra la pelle e la maschera, è possibile osservarci e riconoscere la nostra essenza, la nostra parte più vera.

Chi realizza di avere un limitato repertorio di ruoli ed avverte la tirannia dei vincoli che essi impongono alla sua azione, ha già avviato i primi passi verso la libertà.

 

 

 

Una sera, un’improvvisazione…

1La meditazione insegna a togliersi la maschera ed essere.
Recitare davvero è andare oltre se stessi, superarsi.

Interpretare personaggi, secondo questa visione dell’arte della recitazione, vuol dire essere interpretati:  l’attore come un flauto, una canna vuota che viene attraversata dalla musica del personaggio. Questo attore mette il suo corpo, la sua voce, la sua flessibilità alle emozioni al servizio del personaggio. Recitare è smettere la maschera consunta del nostro ego, la trita recita quotidiana di noi stessi, dei nostri condizionamenti fisici, mentali, emozionali e, senza paura di annullarsi, lasciarsi recitare da colui che viene: il Personaggio.

Una sera, un improvvisazione ci svela chi siamo davvero: Lui, l’attore, un uomo di settant’anni, acciaccato, coi piedi un po’ doloranti, la schiena rigida, limiti fisici ma non emotivi, evidentemente. Si lavora su un mostro in una commedia di Shakespeare.

Impersonare la rabbia e l’irresponsabilità che ci rende mostri, questa la metafora shakespeariana e questo il compito per il signor X.

Bisogna aggiungere che il signor X non sapeva la memoria del testo così bene … sapete, l’età … ma il mostro ha trovato tutte le sue parole per manifestarsi (ed erano proprio quelle di Shakespeare!). Già questo fatto può apparire inverosimile se non si è stati presenti a quella metamorfosi. Il signor X si trasforma davanti ai nostri occhi e osa giocare un ruolo al limite delle sue possibilità umane. Rischia di perdersi e si lascia invadere

Ci trascina con sé, tutti noi lì presenti sentiamo quella rabbia, oscuro disimpegno di una mente vittima e lamentosa, essa appartiene a tutti e il signor X, che ora non esiste più, ci rende consapevoli di questa piaga dell’essere, ci fa capire che il mostro non è fuori ma dentro di noi, il ridicolo mostro sheakespeariano un pretesto che svela la nostra stessa oscurità.

Il teatro è meditazione in azione, è gioco al di la dell’ego, è libertà interiore: scoprire che tu non sei quel personaggio triste che ti tiri appresso, e nemmeno quell’anziano signore con i piedi doloranti o la signora di mezz’età con qualche chilo in più, o il discolo di dodici anni irrequieto e mai fermo … puoi decidere di essere quello che vuoi tu, perché realizzi che tra te (o meglio la maschera che ti sei costruito negli anni) e qualunque altro personaggio non c’è differenza!  E lo sperimenti fisicamente come è successo al signor X, non attraverso le parole dei guru che si leggono nei libri, o in qualche fortunata seduta solitaria di meditazione in cui si espande la tua perfetta coscienza! No, no  Il teatro è generoso e condivide tutto, non sei mai solo su quelle tavole … è democratico, nasce in Grecia ad Atene, la prima polis, patria della democrazia! Allora su questo palcoscenico osiamo essere vuoti, agiamo e giochiamo … anche il dolore o la rabbia. To play a role. Gli attori ora come allora celebrano un rito collettivo, sono sacerdoti che liberi dall’ego fanno spazio ai personaggi, e guidati misteriosamente dal Sé conducono tutto il pubblico all’ origine … là dove si creano le maschere.Teatro Consapevole

Quello che si è verificato durante l’improvvisazione è stato un salto: Il passaggio dall’emisfero sinistro (logico, razionale e conseguenziale) al destro (visione globale e senza tempo, intuitivo e giocoso). Il salto è stato talmente intenso ed improvviso che il ritorno sulla terra ha richiesto più di qualche momento di silenzio … Il mostro si è dissolto piano piano e il signor X ha ricominciato a parlare, sembrava rinato, gli brillavano gli occhi perché aveva visitato le terre dell’essere dove tutto è possibile, dove ognuno torna bambino ed esplora senza limiti l’immenso territorio della fantasia.